|
Titolo: "Miraggi II" La luna Lo sportello dell’armadietto si chiuse con un suono metallico che rimbombò nella stanza vuota. Maya appoggiò la fronte contro la superficie fredda e sospirò. Sono stanchissima! Ogni giorno sembra più lungo di quello prima. Cercò dentro di sé un briciolo di energia e si diresse verso l’uscita. Le luci lungo il corridoio erano ancora accese, ma sapeva che non appena avesse varcato la soglia tutto sarebbe piombato nel buio più assoluto. Da molti giorni (o settimane?) era l’ultima a lasciare la sala prove: era sempre più lungo il tempo che impiegava per smettere i panni della Dea e riappropriarsi di se stessa. Sedeva in silenzio su una sedia in fondo allo studio e piano piano lasciava che la pesantezza del suo corpo tornasse a inchiodarla al suolo, al suo essere totalmente e drammaticamente umana. «Buonasera, Kitajima-san.» «Buonasera, Saito-san. E grazie per avermi aspettata anche questa sera. Mi dispiace se ogni giorno la costringo ad andare a casa sempre più tardi» disse, rispondendo con un inchino al saluto del vecchio portiere. «Non si preoccupi. È un piacere per me, oltre che un dovere.» Maya sorrise riconoscente e lasciò che l’uomo le aprisse la porta. Una volta fuori, si fermò e alzò gli occhi al cielo: naturalmente non si vedeva altro che il bagliore rossastro delle luci artificiali che si rifletteva sulla densa coltre di nubi. L’immagine lampo di un cielo trapuntato di stelle brillò per un istante nella sua testa, ma si spense altrettanto repentinamente. Con l’accenno di un sorriso sulle labbra sottili, la ragazza si strinse nella giacca e lentamente si incamminò verso l’entrata del parco. Le piaceva quel momento di solitudine che riusciva miracolosamente a ritagliarsi ogni giorno dopo le prove. I pochi minuti di quella passeggiata verso casa, persa nei suoi pensieri e soprattutto nei suoi ricordi, riuscivano a rilassarla come nient’altro. Poi, una volta nel suo appartamento, sarebbe cominciata la giostra delle domande, dei racconti, degli impegni casalinghi. Lei era negata per la cucina, lo era sempre stata, e ringraziava ogni giorno gli déi per averle fatto incontrare Rei; se non ci fosse stata l’amica a prepararle regolarmente i pasti avrebbe finito con il mangiare solo ed esclusivamente hamburger e ramen precotto. Invece, Rei la costringeva a una vita e a un’alimentazione sana e regolare, condita con una buona dose di chiacchiere e tanto affetto. Sì, Maya si considerava veramente fortunata sotto quel punto di vista. Imboccò il cancello del parco, e come ogni sera si guardò intorno alla ricerca del rassicurante bagliore della torcia del guardiano notturno, che appariva e scompariva dietro alle sagome scure degli alberi, mentre questi compiva la sua ronda. Il parco non era pericoloso e nessuno l’aveva mai importunata in tutto il tempo che lo aveva frequentato, ma sentiva comunque di dover essere prudente: la rappresentazione di prova era sempre più vicina e niente e nessuno avrebbe dovuto impedirle di recitare. Inspirò a fondo, assorbendo il profumo ormai lieve della pioggia che era caduta al mattino, mischiato a quello meno romantico dello smog. Sapeva che, addentrandosi ancora un po’ più in profondità nel cuore del giardino, sia i rumori che gli odori sgradevoli sarebbero magicamente scomparsi, come se entrasse in una bolla d’aria pura e di silenzio. In estate era anche possibile sentire il frinire delle cicale e vedere le lucciole, purtroppo però era inverno e tra qualche giorno avrebbe anche cominciato a nevicare. Procedeva lentamente, le mani infilate nelle tasche della giacca e le spalle leggermente incurvate contro l’aria pungente. A ogni passo, la borsa le rimbalzava sulla schiena e gli stivali affondavano scricchiolando nella ghiaia bagnata del sentiero. Un suono cadenzato e regolare, quasi ipnotico. Chiuse gli occhi e accennò una melodia a bocca chiusa: la musica del pianoforte di Beth. Fu sommersa da un’ondata di tenerezza al ricordo e girò su se stessa, felice. Quanta strada da allora! Era salita alle stelle e dalle stelle era caduta, per poi risalire ancora, dolorosamente e lentamente. E tutto grazie a… No! Non voleva pensarci. Non doveva. Non ancora! «Buonasera signorina!» Si voltò di scatto e socchiuse gli occhi, accecata dal fascio di luce che le colpiva il viso. «Buonasera» rispose, facendo un passo indietro e alzando un braccio nel tentativo di proteggersi dal bagliore intenso. La luce si spostò sul prato e dopo aver sbattuto qualche volta le palpebre per riabituarsi alla semioscurità, Maya sorrise alla guardia notturna. «L’ho spaventata? Mi dispiace.» «Non si preoccupi. Ero semplicemente assorta nei miei pensieri e la sua voce mi ha colta di sorpresa.» «Per farmi perdonare le offro un tè. Se ne ha voglia, ovviamente.» In realtà Maya non ne aveva voglia, ma l’uomo sembrava così dispiaciuto che non se la sentì di rifiutare. Gli sorrise riconoscente. «Accetto volentieri, grazie.» «Mi aspetti dentro al gazebo vicino al laghetto. Le panchine lungo i viali sono ancora un po’ umide per la pioggia.» Maya annuì e imboccò il sentiero che portava al piccolo lago artificiale. Improvvisamente, le nuvole sembrarono aprirsi e il chiarore opalescente della luna inondò il parco. Maya si guardò intorno stupita. Sembrava che quella sera ogni cosa fosse diversa dal solito: i contorni più definiti e i colori più nitidi. Alzò il viso e lasciò che i raggi lunari lo accarezzassero con la loro purezza. …con la sua preghiera Akoya dissipa ogni nuvola. Nel cielo ora splende la luna piena, è uscita la luna! Strano che le fosse venuta in mente proprio quella battuta, non era neanche una delle sue! D’altronde, Maya non aveva mai avuto problemi a ricordare tutte le parti di un’opera, e non solo quelle che la riguardavano direttamente. Scosse la testa e riprese a camminare. Sì, c’era proprio un’atmosfera strana quella sera, particolare ma non paurosa. Anzi, forse il contrario: era da tanto che non si sentiva così rilassata. La sagoma del gazebo affiorò all’improvviso dalla leggera foschia che saliva dal lago. Sembrava un luogo fatato e non si sarebbe stupita se la sua comparsa avesse spaventato qualche creatura sovrannaturale. Puck! Sì, era un paesaggio adatto a fate e folletti. Sorrise di nuovo tra sé e salì i pochi gradini che portavano all’interno. Si trattava di una struttura ottagonale, appoggiata su colonne in legno laccato di colore nero; in basso erano unite da una balaustra che fungeva anche da panchina, mentre in alto c’era un decoro a quadrati e rettangoli, in legno rosso. Il tetto a pagoda aveva delle nervature in rilievo rispetto alla copertura di piccole tegole scure. Maya si sedette proprio sul lato che dava sul lago, la testa appoggiata contro la mano e gli occhi rivolti al cielo. Che bella luna piena! È così vicina che sembra quasi di poterla toccare. Come se fosse attratta da una forza misteriosa e irresistibile, la ragazza non riusciva a distogliere lo sguardo e piano piano i crateri, gli avvallamenti e le ombre sembrarono perdere i loro contorni e andare a prendere la forma delle orecchie, del corpo, delle zampe e del pestello. «Tsuki no Usagi» disse a bassa voce. Volendo onorare il giorno sacro di Uposatha, dedicato alla carità, quattro animali decisero di soccorrere, ognuno secondo le proprie capacità, un vecchio viandante che era arrivato sfinito e affamato nel loro bosco. Così, la lontra pescò un grosso pesce, la volpe catturò un uccello e la scimmia colse della frutta dagli alberi. Solo il coniglio non riuscì a trovare altro che erba, ma volendo anche lui offrire il suo aiuto al pover’uomo, scelse di sacrificare se stesso e si gettò nel fuoco affinché la sua stessa carne diventasse il cibo del viaggiatore. Solo, che questi si rivelò essere il dio Shakra, il re del Cielo e degli dèi, che si impietosì e decise di ricompensare la povera creatura disegnando la sua effige sulla superficie della luna. Maya ricordava a memoria la leggenda del Coniglio Lunare; era stata una delle sue preferite da bambina e aveva costretto sua madre a raccontargliela più e più volte. Aveva sempre cercato di identificare nell’astro l’immagine del coniglio e del suo mochi, ma non c’era mai riuscita completamente. Mai bene come quella sera, almeno. Continuò a osservare con attenzione, la mente sgombra da qualsiasi pensiero, fino a che non le sembrò di vedere le ombre muoversi lentamente e la zampa di Usagi infilarsi dentro al pestello. Trattenne involontariamente il respiro e si sfregò gli occhi, incredula. Non interrompere la magia della luna con le tue fantasticherie, Maya! Poi però tornò a guardarla, certa che una nuvola di passaggio avesse giocato un brutto tiro alla sua immaginazione. Invece, Usagi si stava muovendo sul serio: aveva ritirato la zampa dal mochi e stava lanciando qualcosa nello spazio. Non appena ebbe terminato il movimento, un ponte di polvere luccicante si formò nel cielo, fino alla base del gazebo. Zampettando allegro, il coniglio attraversò quella passerella fatata e giunse fino a lei. Fissandola con i suoi occhietti vispi si avvicinò ai suoi piedi. Aveva il pelo candido e un musetto delizioso. Maya si sentì tornare bambina, quando i sogni e la realtà non assumevano confini definiti e tutto era possibile e plausibile. Fu come se il suo cuore puro potesse finalmente lasciarsi andare e si concedesse di vivere una favola. Rapita da quell’incanto, allungò una mano verso l’animaletto bianco, che anziché svanire in mille coriandoli di luce come aveva temuto, si lasciò accarezzare. Aveva il pelo morbido e folto e le carezze dovevano piacergli molto, perché iniziò a strofinare il musetto contro le sue gambe. «Dove hai lasciato il mochi, Usagi?» Sapeva che era un momento di follia, un’allucinazione dovuta allo stress degli ultimi mesi, ma la voglia di assecondare quell’attimo di pace fu irresistibile. Il coniglio chiuse gli occhi e scosse la testa. Sembrava aver capito la domanda. «L’hai forse lasciato sulla luna nella fretta di scendere a farmi una visita?» Maya non resistette più alla tentazione e fece per prenderlo tra le braccia, ma l'animaletto fece uno scarto e si allontanò in fretta, zampettando. La ragazza sospirò. Adesso svanirà. Ho rovinato tutto! Usagi però si era solo spostato di qualche metro. La stava ancora fissando con i suoi enormi occhi scuri. A quel punto Maya decise di alzarsi e di andargli incontro. «Se ti sei preso la briga di arrivare fino qui un motivo ci sarà, mio bel coniglietto.» L’animale abbassò la testa con fare affermativo, poi cominciò a saltellare allegro. Maya ne imitò i movimenti. Come era nella sua natura, si adeguò presto alla nuova situazione e al personaggio che aveva di fronte. Si sentì libera e serena dopo tempo immemore, e improvvisò una danza sotto i raggi di quella luna splendente, accanto al suo simpatico compagno di ballo. Quanto tempo era passato dall’ultima volta? Tanto, forse troppo e l’ultima era stata tra le sue braccia. Di nuovo lui! Il pensiero del signor Hayami fu la nota stonata che inceppò la sua danza. Il coniglio si fermò a sua volta e la fissò con uno sguardo che a Maya parve umano. Un brivido le corse lungo la schiena, insieme alla consapevolezza assurda che Usagi avesse intuito quello che le passava per la testa. «Perdonami piccolino. Era solo una nuvola, passerà.» Usagi prese a zampettare veloce in direzione del ponte magico. Agitò le orecchie, e come per incanto altri ponticelli si dipartirono dal primo. Altri mondi? Altre lune? Maya seguì le azioni della bestiolina senza più chiedersene il significato. Il ricordo del signor Hayami l’aveva fatta tornare in sé per pochi istanti, e tutto il peso di quell’amore disperato aveva cancellato i benefici di quel momento fantastico. Usagi però non era svanito. Era ancora lì, a testimoniare con la sua presenza il bisogno di dare una tregua ai suoi affanni e di lasciarsi cullare dal sogno. «Portami con te, da qualunque parte.» Usagi si strofinò il musetto con le zampe e mosse le orecchie velocemente. «Era un sì?» gli chiese Maya, fissandolo in quegli occhi neri e quasi umani. Tutt’intorno a loro, il tempo sembrava essersi annullato. Non si muoveva più foglia, e persino gli odori erano spariti. Sembrava di esserci e non esserci. Maya ripeté la richiesta. Ma non le uscì alcun suono dalle labbra. Tutto a un tratto iniziò a provare la stessa sensazione di chi è sospeso tra il sonno e la veglia, quando i pensieri fanno fatica ad articolarsi e i rumori perdono consistenza. Cadde giù, in fondo a un precipizio che non le si era nemmeno aperto davanti e si ritrovò ancora in piedi, con un tuffo al cuore che le scosse il respiro. Usagi sembrò ridere. Qualcosa nel buffo muso del coniglio era cambiato. La giovane iniziò a sentire freddo, ma non poté stringersi nella giacca perché gli arti non rispondevano al suo volere. Che sta succedendo? Paralizzata da una magia sconosciuta, Maya chiuse gli occhi nella speranza che riaprendoli tutto sarebbe tornato al suo posto. E invece no. I contorni del parco erano scomparsi e davanti ai suoi occhi si aprivano solo le vie tracciate dai ponticelli, una luna di latte e un coniglio irridente. Il resto era buio e assenza. Dal mondo circostante e anche da se stessa. Alzò lo sguardo verso Usagi, che l’aspettava lungo il sentiero luminoso e non poté fare altro che alzare un piede e appoggiarlo sulla passerella, seguendolo. *aggiustato il titolo perchè esisteva già una f.f. della stessa autrice a quattro mani dal titolo Miraggi Edited by .Rossella. - 9/10/2023, 13:33 |
|
Acqua Camminò nel buio per un tempo indefinito, senza tuttavia sentire la stanchezza né altri sintomi fisici. Addirittura, le sembrava che la spossatezza della lunga e faticosa giornata di prove scivolasse progressivamente via dal suo corpo. Usagi non si era più voltato a guardarla, ma procedeva spedito, saltellando sulle agili zampe. Maya non sapeva se avere paura del coniglio, oppure se fidarsi. Tutto quello che le stava succedendo era incredibile, e la parte razionale della sua mente le suggeriva che si trattava solo di un sogno: doveva essersi addormentata sulla panchina del gazebo mentre aspettava che la guardia notturna arrivasse con il tè. Presto l’uomo l’avrebbe svegliata e allora sarebbe ripiombata nella realtà, seppellendo di nuovo sotto strati di pensieri e preoccupazioni quel lato fanciullesco e infantile che l’apparizione di Usagi sembrava aver liberato. Era inevitabile che succedesse, tanto valeva, quindi, godersi quel sogno che la faceva sentire così diversa. Era avvolta da un’oscurità asfissiante, e se non fosse stato per la passerella lievemente luminosa, sarebbe stata sommersa da un terrore profondo. Per un attimo, ricordò quando si era bendata gli occhi per prepararsi a interpretare il ruolo di Hellen, e capì che la differenza fondamentale stava nella sicurezza intima che lei avrebbe potuto tornare a vedere in qualsiasi momento, mentre alla bambina ciò era negato. La finzione del buio contro il buio vero. All’epoca aveva creduto di aver capito, ma adesso si rendeva conto che non era così. Quella che la circondava non era un’oscurità vellutata e accogliente, era spaventosa e implacabile. Si guardò ancora intorno, con una nuova consapevolezza, e quando tornò a rivolgere gli occhi davanti a sé le sembrò di vedere un’increspatura in quella tenebra assoluta: qualche puntino luminoso che però era troppo distante per poter essere considerato reale. «Usagi» chiamò piano. Il coniglio girò la testa candida verso di lei e mosse appena le orecchie, poi tornò a darle le spalle. Maya ebbe un attimo di esitazione e si guardò indietro a sua volta, solo per scoprire il nulla. Il ponte di luce si interrompeva pochi metri dietro di lei. Impaurita, accelerò il passo cercando di raggiungere il coniglio e in breve fu sotto a un cielo coperto di stelle. Ancora pochi passi e si trovò davanti la porta scorrevole, la lanterna colorata e le tende rosse di un ristorante di ramen, La stella dell’acqua’. Il ponte terminava proprio lì e Maya scese esitante, riacquistando un po’ di sicurezza, quando sentì il terreno solido sotto ai piedi. Usagi le indicò di entrare con un movimento della testa, quindi zampettò nel vicolo accanto al locale. La ragazza mosse un passo verso la direzione in cui lo aveva visto sparire, ma poi ci ripensò e si fermò. Visto che sono in ballo, tanto vale ballare si disse. Respirò a fondo e fece scorrere la porta del ristorante. L’interno era formato da una sala piuttosto piccola con solo tre tavoli per lato e, sul fondo, un bancone sovrastato da un pannello su cui era scritto: Mizu ni Nagasu, fluisci con l’acqua. Non c’era nessuno, anche se l’aria era pervasa da un profumo di cibo che conosceva molto bene. «Buongiorno. C’è nessuno?» chiamò. «Maya, sono in cucina. Vieni.» La voce della mamma! Anche questo è possibile oggi? Portò una mano al petto, come a voler trattenere il battito impazzito del cuore, e con passo incerto seguì l’invito e l’inconfondibile profumo del brodo dashi. Entrò in cucina e Haru le corse incontro. Bentornata Maya! La donna l’abbracciò forte fin quasi a toglierle il respiro. Bentornata! Come se tutto il tempo che le aveva separate non fosse mai trascorso! Come se tutti gli anni intercorsi tra la fuga e la sua morte non fossero esistiti! Sua madre, con il viso coperto di rughe e gli occhi sciupati da lacrime e fatica, aveva atteso il suo ritorno e adesso la stava abbracciando. A rigor di logica tutto ciò che stava vivendo non poteva essere reale, ma in quell’esatto momento Haru la teneva stretta a sé, poteva sentire la pressione esercitata dal suo piccolo corpo e l’odore che esso emanava. Sapeva che la madre era morta da tempo. L’aveva vista con i suoi occhi prima che la cremassero e l’aveva portata con sé per settimane prima di riuscire a lasciarla riposare in pace. Eppure, in quell’istante non sentiva dolore, ma una sensazione di profonda nostalgia, un senso di incompiutezza. Nella sua vita, già povera di certezze, il rapporto con la madre, o la mancanza di esso, era sicuramente il più grosso rimpianto. Una questione irrisolta che le aveva provocato una crisi profonda. «Mamma, sei veramente tu?» «E chi dovrei essere? Certo che sono io. Sei sorpresa di vedermi?» Maya ci pensò un attimo prima di rispondere. «No, in effetti no. Se decidi di seguire un coniglio che scende dalla luna su una passerella di polvere di stelle, non ci sono tante altre cose che possano stupirti.» Poi ricambiò l’abbraccio della donna e inspirò il suo profumo, quel misto di sapone, cucina e… tristezza. Poteva la tristezza avere un odore? Maya non ci aveva mai pensato prima, eppure in quel preciso momento, tra le braccia di sua madre, non trovava altro modo per descrivere quell’aroma particolare. Haru si lasciò sfuggire una risatina. «In effetti» ripeté. «Dai, togliti la giacca e lavati le mani. Voglio insegnarti a cucinare l’Oden.» Maya sgranò gli occhi. «Vuoi insegnarmi a cucinare? Mamma, ma lo sai che sono un disastro in cucina.» La donna le lanciò un’occhiata da sopra la spalla, mentre tornava ai fornelli. «Figlia mia, eppure credevo che in tutti questi anni tu avessi acquistato un po’ di fiducia in te stessa e nelle tue capacità. E poi, la cucina è soprattutto una questione di cuore, più che di reale bravura: devi essere convinta di voler fare del bene alle persone che mangeranno i tuoi piatti.» Maya ebbe una specie di illuminazione e chiese: «È per questo che quello che cucinavi era sempre squisito, mamma? Perché lo preparavi per me ed era il tuo modo di trasmettermi il tuo affetto?» Haru irrigidì leggermente le spalle. «Non lo avevi mai capito, vero? Non ti ho mai detto che ti volevo bene. Mi dispiace. Ho sbagliato con te. Pensavo di insegnarti a essere forte e invece ti stavo solo rovinando.» Maya nel frattempo aveva appoggiato la giacca e la borsetta su uno sgabello e si era lavata le mani. «Cosa devo fare, mamma?» chiese, mentre le dava un bacio sulla guancia. «Ho già bollito la carne, tagliala a pezzetti e prepara degli spiedini, mentre io finisco di affettare le altre verdure.» Maya fece come la donna le aveva detto: un dadino di carne infilato con cura dietro l’altro e gli spiedini furono pronti. Sua madre aveva ragione, in cucina come nella vita era necessario metterci cuore e dedizione. «Ben fatto! Una volta che ho messo a bollire tutto, prendi un colino e filtra la schiuma in eccesso.» Un’operazione che la divertì. Maya sorrise mentre lo faceva. Haru se ne avvide. «Dovremmo imparare un po’ tutti a filtrare ciò che è in eccesso.» La ragazza la fissò e con il colino ancora stretto in mano rifletté su quell’osservazione. Che senso aveva, infatti, tenersi dentro rancori e rimpianti? Decise che era arrivato il momento di ammettere e chiedere. «Non ho mai dubitato del tuo affetto per me e immaginavo che dentro di te credessi di star agendo per il mio bene, anche quando non capivo quale pensavi fosse il mio bene. Puoi dirmelo adesso, mamma?» Haru non rispose subito. «Mettiamo tutto a bollire prima, non mi piace lasciare le cose a metà» e aggiunse al brodo dashi le verdure che aveva bollito. Si strofinò la fronte con un gesto più istintivo che voluto, e alzò la fiamma per portare a ebollizione il preparato. Maya si era appoggiata contro il tavolo in attesa della sua risposta. Una volta riabbassata la fiamma, la donna si dedicò a lei. «Ricordi qualcosa di tuo padre, Maya?» «No, non molto. Solo che era grande, ma immagino dipendesse dal fatto che ero io a essere piccola, e che quando tornava dal lavoro si metteva a guardare la tv e non parlava quasi mai.» «Il nostro è stato un matrimonio combinato. Io ero l’ultima di sette figli e i miei genitori, i tuoi nonni, non avevano i soldi per una dote che mi permettesse di scegliere un buon partito. La prima moglie di tuo padre era morta di parto, insieme al bambino, e lui aveva aspettato un po’ prima di risposarsi. Era molto più grande di me. In un certo senso i miei genitori mi avevano venduta, almeno è così che voi giovani vedete le cose adesso, ma allora era normale.» «Mi dispiace, mamma» disse Maya, trattenendo a stento le lacrime. Era la prima volta che sua madre le raccontava quella storia, ed era anche naturale che fosse così: era andata via da casa a tredici anni e non si erano più viste. Quando avrebbe potuto farlo? Di nuovo provò un rimpianto profondo per tutto quello che si erano perse. «No, piccola. Non devi dispiacertene. A me tuo padre piaceva e sono stata bene con lui. Era gentile, mi portava al cinema, al parco, qualche volta anche a mangiare al ristorante. Certo, non mi amava, non mi sono mai illusa che lo facesse: ero una via di mezzo tra una cameriera e una prostituta, ma non mi ha mai trattata male o picchiata. La vita assieme a lui era piacevole. Poi sei arrivata tu, ed è stata una gioia.» Haru si voltò un attimo a guardarla e la ragazza vide l’emozione che le inumidiva gli occhi. «Oh, mamma!» «Non immagini neanche le ore trascorse a guardarti e accarezzarti. Le volte che mi svegliavo di notte solo per controllare che tu respirassi ancora. La sensazione meravigliosa delle tue manine minuscole sul mio viso. E quando poi sei cresciuta e hai cominciato a camminare e a parlare, e già sembravi una donnina in miniatura, quante volte mi sono fermata a guardare affascinata i tuoi piedini, le tue gambotte. Sembravi così grande, e invece eri così piccola. Ti appoggiavo la mano sulla testa e sul collo e ne sentivo tutta la fragilità, ma questo anziché spaventarmi mi riempiva di tenerezza. Ti guardavo allungata sul futon e sembravi così lunga, e invece quando eri in piedi mi arrivavi a malapena alle anche. Non riuscivo a capire come fosse possibile, ma sentivo che non avrei potuto fare a meno di te.» Maya non aveva mai udito la madre parlare di lei con tanto affetto. Quelle parole la fecero sentire voluta e amata come mai prima di quel momento. Chissà se anche il padre finché era stato in vita l’aveva adorata così tanto! «E papà?» «Lui era un po’ deluso perché si aspettava un maschio, ma ti voleva bene. Lo vedevo da come si addolcivano i suoi occhi quando ti guardava.» Maya sospirò. «Non ricordo niente di quel periodo.» «Eri troppo piccola, è naturale che sia così» disse Haru. «Poi tuo padre morì in quello stupido incidente giù al porto, e la nostra vita cambiò drasticamente. Dovetti cominciare a lavorare per riuscire a mantenerci, ma non sapevo fare nulla a parte occuparmi della casa e cucinare. Per fortuna riuscii a farmi assumere come cameriera nel ristorante di ramen, ma la paga era bassa e le spese troppo altre.» «Questo me lo ricordo» disse Maya. «Ricordo l’invidia per le mie compagne di classe che potevano permettersi dei vestiti nuovi, tutti i gelati che volevano e anche le gite.» «È stato in quel periodo che ho cominciato a diventare troppo dura verso di te, vero?» chiese Haru. «Più o meno. Credo di sì, anche se sinceramente non ricordo un momento in cui tu non lo sia stata.» La guardò, rendendosi improvvisamente conto della crudeltà delle sue parole. «Scusami, non avrei dovuto.» «Oh no, non preoccuparti. Non è che non lo sapessi, solo che non riuscivo a comportarmi altrimenti. Dovevo combattere ogni giorno contro la mancanza di soldi, di sicurezza, e questo mi ha resa dura e nervosa. Nella mia testa, volevo che tu diventassi presto una persona responsabile in modo da trovare un buon marito e essere a posto per tutta la vita.» «Un marito?» deglutì Maya, e il pensiero corse inevitabilmente al signor Hayami. «Perché era così importante, mamma?» «Te l’ho detto, io ero stata cresciuta nella convinzione che l’unico traguardo di una donna fosse quello di sposarsi, fare dei figli e occuparsi di questi ultimi e del marito. In cambio lui ti avrebbe mantenuta e protetta. Per me era stato così e finché c’era stato tuo padre le cose erano andate bene, non avevo sentito la necessità di nient’altro. Non immaginavo neppure che qualcuno potesse desiderare altro. Tu invece…» Maya la interruppe. «Io invece vivevo in un mondo tutto mio. Avevo un amore che non era un uomo, ma una vocazione. E tu questo non lo capivi.» «Non ci ho nemmeno provato.» «E io ero troppo impaurita e insicura per spiegartelo. Forse troppo giovane, anche.» «Mi dispiace, piccola mia. Mi dispiace per tutto quello che ti ho fatto passare e per la mia testardaggine.» «In quello non sono da meno» cercò di sdrammatizzare Maya. «Dopo che te ne sei andata, ho riflettuto molto. Soprattutto quando si sono presentati i primi sintomi della malattia. Ho cominciato a pensare di volerti rivedere e chiederti scusa. A quel punto la paura per la tua sorte era scomparsa, e volevo solo dirti di cercare in tutti i modi di essere felice. Felice a modo tuo e con le tue forze, senza basare la tua vita su quella di un altro.» «Mamma, è quello che sto facendo. Sto cercando di trovare la mia personalissima via per la felicità. Una via che passa attraverso il raggiungimento di un sogno, e la realizzazione di un amore.» Haru l’abbracciò di nuovo. «Dai, adesso è pronto. Prepara la tavola mentre io tolgo l’Oden dal fuoco.» Si accomodarono a uno dei tavoli e gustarono in silenzio il primo piatto che avessero mai preparato insieme. E anche l’ultimo pensò tristemente Maya. «Mamma, sono contenta di aver avuto l’occasione di parlarti e chiarire le cose tra noi. Anche se è solo un sogno porterò per sempre con me il ricordo di questa sera e delle tue parole.» «E chi ti dice che sia solo un sogno?» «Beh, insomma…» tergiversò un attimo la ragazza, temendo di essere troppo diretta. «Non è esattamente normale essere scortate da un coniglio a incontrare la propria madre morta.» «Dipende da cosa intendi per normalità. Tu sei la Dea Scarlatta, Maya; dovresti essere abituata a vivere a cavallo tra il mondo terreno e quello degli spiriti.» Maya fu folgorata dalla comprensione improvvisa del significato reale di quell’incontro e delle parole che troneggiavano pochi metri sopra la sua testa. Fluisci con l’acqua. Non c’era confine, neppure per quello che riguardava il tempo, ma si trattava di un eterno flusso e riflusso, di un movimento che portava ovunque e da nessuna parte contemporaneamente. Passato e futuro scorrevano l’uno dentro l’altro in ogni singolo essere vivente. «Grazie, mamma. Adesso ho capito.» Haru si alzò, sparì qualche secondo dietro gli shoji che separavano gli ambienti pubblici da quelli privati e tornò con in mano una scatola laccata, che porse a Maya. «Tieni, spero possa aiutarti a non dimenticare mai.» Dentro alla scatola c’era un anello interamente composto da minuscoli cristalli neri che brillavano limpidi sotto la luce al neon del ristorante. Maya lo fissò sbalordita, poi alzò lo sguardo verso la madre. «Grazie mamma. È splendido» disse prima di metterlo al dito. Le andava perfettamente. «Adesso vai, piccola mia. Ti voglio bene.» Maya non sarebbe voluta andare via, ma si sentiva distintamente un grattare alla porta del locale. Usagi! si rese conto immediatamente. Indugiò ancora qualche secondo tra le braccia della madre, cercando di memorizzarne ogni curva e ogni profumo, poi si staccò e senza voltarsi indietro uscì dal ristorante. Il coniglio bianco l’aspettava già sulla passerella. Senza chiedersi più nulla mosse verso di lui e salì a sua volta, cominciando immediatamente a camminare. Non si girò fino a che il cielo non fu di nuovo più nero del nero, e quando lo fece il ponte e il ristorante dietro di lei erano spariti. Solo allora permise alle lacrime di scendere. Edited by editioprinceps - 13/9/2012, 17:56 |
|
Legno E adesso? pensò Maya. Cosa succederà adesso? Erano di nuovo immersi nelle tenebre, in quella totale assenza di ogni cosa che non fosse la passerella e loro due che ci camminavano sopra. Una linea netta e definita come un segno bianco sopra un foglio nero, senza sfumature né aloni. Laddove il ponte finiva, cominciava immediatamente quell’oscurità impenetrabile che si parava davanti ai loro occhi come un muro di tenebra assoluta. Maya avrebbe voluto provare a tastarlo con la punta di un piede, ma non ne ebbe il coraggio per paura di esserne risucchiata. Aveva la sensazione che avrebbe potuto smarrirsi nei meandri di quella strana fantasia, senza arrivare a venirne mai più fuori. Provò a guardare l’anello che portava al dito, il regalo di sua madre, ma non riusciva a distinguerlo bene. A dire la verità non riusciva a distinguere con chiarezza neppure il suo stesso corpo, ma solo le gambe che si stagliavano scure sulla superficie bianca del ponte man mano che metteva un passo davanti all’altro. Le lacrime si erano asciugate, ma il sollievo e la dolcezza scaturite dall’incontro con Haru scorrevano ancora nel suo cuore come l’acqua tersa di un ruscello montano. Cercò di memorizzare e conservare quelle emozioni per quando avesse interpretato la Dea, la sua Dea, quella nata dalla sua esperienza e dalla sua vita. Esattamente come era successo in precedenza, dopo un po’ che camminavano, il cielo cominciò a illuminarsi dei puntini minuscoli delle stelle e in lontananza apparvero delle sagome scure che presto presero la forma di cespugli e alberi. Stiamo tornando pensò. Eppure le sembrava un luogo diverso dal parco che attraversava ormai da tanto tempo per andare alle prove. Al centro, proprio davanti a lei, svettava un albero immenso: i lunghi rami contorti erano completamente spogli e ricoperti di soffice muschio, e si allargavano a corolla come la cappella di un enorme fungo, quasi agognassero non solo la luce e il calore del sole ma anche quello di tutto ciò che li circondava. Tutt’intorno, sparse a terra, c’erano migliaia di foglie dal colore metallico che formavano un tappeto uniforme e splendido. Maya si chiese com’era possibile che riuscisse a cogliere tanti particolari pur essendo notte, ma poi si accorse della luce argentata che proveniva dalle sue spalle e capì che la luna era tornata a splendere. Sotto l’albero c’era una panchina, e su quella era seduta una donna. Teneva la testa abbassata e una cascata di capelli neri le nascondeva il viso. Vicino a lei, un’altra figura le appoggiò una coperta sulle ginocchia e poi si allontanò lungo il sentiero, spingendo una sedia a rotelle. È un’infermiera pensò Maya guardandola, prima di tornare a rivolgere la sua attenzione all’albero e alla donna che invece era rimasta. Indugiò a lungo a osservarla, ma lei non si mosse neppure una volta. Sembrava una statua. Eppure la giovane non riusciva a scrollarsi di dosso una sensazione di familiarità. Alla fine si avvicinò in silenzio, camminando sulle foglie umide, e la riconobbe immediatamente. Era lei! Chigusa Tsukikage nel pieno della sua giovinezza e del suo tormento! Indossava una vestaglia di seta celeste, mentre una brezza leggera le accarezzava i capelli scuri e vaporosi, e la pelle chiara sembrava quella di una statua d’alabastro. Nonostante il bendaggio pesante che le copriva buona parte del viso, Maya la trovò bellissima. Si era sempre chiesta come fosse da giovane e molte volte aveva cercato di immaginarla a una cerimonia di premiazione vestita con eleganza, oppure sorridente tra le braccia del suo uomo. Adesso era lì, davanti a lei, più donna che attrice, ma lo stesso Dea, inconfondibilmente Dea Scarlatta. «Se la gente non si accorge dei suoi errori, ordino ai draghi di tuonare in cielo e di spaccare la terra.» Maya portò una mano sul cuore. «Purifichiamo la loro anima allontanando il male… allagando i campi.» La sua voce e quella della donna si sovrapposero. La Tsukikage fece uno scarto e allungò le braccia. «Chi c’è? Come fai a conoscere questa battuta?» Maya afferrò quelle mani protese, con decisione. L’anello regalatole dalla madre scintillò. «Sono una sua ammiratrice, signora Tsukikage.» Chigusa frenò subito il suo entusiasmo. Con un gesto sgarbato si liberò della presa e scosse il capo. «Faresti meglio a usare il verbo al passato. Ormai non c’è più nessuno da ammirare.» «Cosa vuole dire?» chiese la ragazza, timorosa. «Non lo vedi? Non hai saputo dell’incidente? Guardami» rispose la donna esponendo verso la luce della luna il viso quasi completamente coperto dalle bende. «L’attrice non esiste più. Io non esisto più.» Le labbra le tremarono, ma sembrò non cedere alle lacrime. Maya sentì un tuffo al cuore. L’incontro con la madre le aveva infuso coraggio e fiducia, ma perché Usagi l’aveva guidata in quel giardino del passato? Per quale motivo doveva incontrare una persona ancora viva, che per anni era stata il giudice della sua vita e dalla quale sarebbe dipeso tutto il suo futuro? Si guardò intorno alla ricerca del coniglio e lo vide a pochi metri, intento a brucare l’erba del prato. Mosse le orecchie ma non si girò a guardarla. Maya sospirò e strinse le mani attorno alla borsetta. «Stanotte tutto è possibile» sussurrò quasi fosse un rito propiziatorio, prima di sedersi accanto alla donna. «Perché dice così? Un’attrice è ciò che è dentro la maschera, non il suo vero volto.» «Tu non sai cosa c’è dietro le bende! Non puoi capire il dolore di non riconoscersi più allo specchio! Dov’è quella luce? Dove quella bellezza?» Chigusa iniziò a tremare e Maya strinse una delle mani che la donna teneva intrecciate in grembo. «Tutto quello che ha espresso sul palcoscenico è sempre giunto a noi attraverso il suo cuore e la sua voce. La sua bellezza d’artista è e rimarrà immortale!» «Immortale!» ripeté con disprezzo. «Niente è immortale. Tutto deperisce e muore e non c’è scampo a questa legge inesorabile. La Dea è morta insieme con la mia carriera sotto a quel riflettore, e non tonerà mai più.» Le mani della donna erano fredde, la pelle liscia e le dita affusolate. «Lo crede davvero? Pensa veramente che non ci siano più speranze? La Dea non è morta e non potrà mai morire finché ci sarà qualcuno che amerà il teatro più della sua stessa vita, finché ci sarà qualcuno disposto a sacrificare qualsiasi cosa per immolarsi sul suo altare.» La donna rimase qualche secondo in silenzio. Le garze le coprivano il viso e nascondevano la sua espressione e i suoi occhi, eppure Maya riusciva a indovinare la sua tensione dalla postura rigida, dal modo in cui contraeva le spalle e tendeva il corpo. «E cosa potrei fare?» disse alla fine, sospirando. «Deve lottare. Deve credere in quello che la Dea rappresenta e in quello che può dare al mondo. Cerchi la forza in se stessa, nel ricordo di Ichiren Ozaki, nell’odio anche.» Le strinse con ancora più forza le mani. «Lei ha un nemico, lo ha dimenticato? Vuole forse lasciargli la Dea, vuole che la corrompa e la sporchi?» Improvvisamente si rese conto che tutta la sua vita dipendeva da quel singolo momento. Sfilò una mano da quelle della donna e l’appoggiò sul tronco dell’albero. Era liscio e tiepido. Le sembrava di sentire la linfa che scorreva all’interno e lo manteneva vivo. Fluisci con l’acqua ricordò. Passato e presente, e ora anche vita e morte. Tutto era unito in un flusso unico e inarrestabile. La vita è come questo albero pensò affonda le radici nel passato e si protende verso il futuro. E noi siamo le foglie: nasciamo, viviamo, cadiamo e moriamo, ma senza di noi l’albero non potrebbe vivere, senza il contributo di ogni singola foglia la Vita non potrebbe esistere. «Se lei si arrende adesso, anche io morirò con lei. E la vita di tante, troppe persone, sarà diversa.» Le sfilarono davanti agli occhi i volti dei suoi amici, Rei, Sayaka, Mina, i ragazzi della compagnia dell’Unicorno, Utako Himekawa, Ayumi e infine Masumi Hayami. Lacrime di puro dolore le salirono prepotenti agli occhi. Senza Chigusa Tsukikage neppure lei e il signor Hayami avrebbero potuto esistere insieme. «Tocchi il tronco alle sue spalle, signora Tsukikage.» Pur riluttante, la donna fece come le era stato chiesto. Si voltò lentamente e allungò il braccio sinistro. Maya indirizzò la sua mano sulla corteccia, al contatto con la quale tutto il suo corpo tremò. La giovane sorrise. «L’albero è lo spirito. Lo spirito degli dei della terra cresce e si manifesta sulla superficie! La sente la spirale della vita, signora? La sua forza?» La mano della donna sembrò sprofondare dentro la corteccia. Come se ne divenisse parte. «Sì, ragazza. La sento. È la forza che spinge la vita, che muove tutte le cose.» «Finché sentirà dentro di sé questa forza, nulla sarà perduto signora Tsukikage! La recitazione è la linfa da cui trae nutrimento l’albero della nostra vita. E allo stesso tempo le sue radici. Anche se non potrà più recitare su un palcoscenico lei ha il dovere e il diritto di far continuare a vivere la Dea. Deve trovarla dentro lo spirito di qualcun’altra. Akoya non può e non deve morire!» «Chi sei ragazza? Perché ti trovi in questo posto ad accarezzare la mia malinconia con queste parole?» Un’apertura, uno spiraglio. Akoya, le sue profezie e il senso del destino che avvolge tutte le cose, animarono Maya. La giovane strinse le mani della donna e si schiarì la voce. «Il destino costruisce una strada lungo la quale farci camminare e noi la percorriamo, perché quello che è scritto non potrà mai cambiare. La sua passione per la recitazione è frutto di un disegno ben preciso. Un incidente non può sporcarne i tratti. Il teatro ha ancora bisogno di lei. La Dea Scarlatta ha bisogno di lei, e più di tutti ne ho bisogno io.» «Qual è il tuo nome, ragazza?» «Non importa, signora. Mi riconoscerà perché da grande sarò un’attrice.» «Allora cresci in fretta. La Dea ti aspetterà.» Maya alzò lo sguardo verso la luna. La passerella era di nuovo lì, e Usagi l’aspettava ai suoi piedi. «Ora devo andare, sensei» disse, avvicinandosi per abbracciarla. «Si ricordi di me, tra qualche anno.» La donna si lasciò stringere delicatamente, e proprio mentre Maya le stava voltando le spalle per tornare verso Usagi, il coniglio si avvicinò di corsa e le saltò in grembo, infilandole il muso nella tasca della vestaglia. La signora Tsukikage, spaventata, lanciò un urlo, ma Maya le fu subito accanto e con voce tranquilla disse: «Shhh, stia calma. È solo Usagi. Non le farà del male. Senta, lo accarezzi. È un coniglio.» «Un… coniglio?» chiese la donna, apparentemente più tranquilla, allungando una mano a cercarne il manto morbido. Intanto Usagi continuava a premere il muso contro la sua vestaglia, finché la donna non disse: «Ma cosa c’è? Cosa cerchi?» Mise una mano nella tasca e ne tirò fuori un involto. «Ah sì, il bracciale. Lo indossavo quando ho avuto l’incidente e me lo ha reso qualche giorno fa il medico che mi ha prestato le prime cure.» «È bellissimo» disse Maya, dopo che la sensei ebbe aperto la sottile carta marrone. Una pietra di un bel verde brillante e screziato era incastonata in una cornice d’argento dalla forma ovale, da cui partivano quattro onde, leggermente smussate e arrotondate che andavano a unirsi nella parte inferiore. «È di malachite. Una pietra piuttosto comune, ma poco usata in gioielleria. È il simbolo del legno.» «L’albero della Dea, da cui dipendono tutte le nostre vite» sussurrò Maya. Improvvisamente, la signora Tsukikage allungò la mano verso di lei e gli porse il pacchettino. «Prendilo tu.» «Cosa?» chiese Maya, sgranando gli occhi per la sorpresa. «Prendilo» ripeté la donna. «Un mio ricordo. Un augurio.» Maya era indecisa, ma dopo le parole della signora Tsukikage, Usagi le era saltato giù dal grembo e stava tornando veloce verso la passerella. «Grazie» disse infine la ragazza e con un inchino accettò il dono, prima di correre verso il ponte e salirvi sopra. Edited by esmeralda31 - 12/9/2012, 20:55 |
|
Fuoco Maya era felice. Stava decisamente vivendo l’esperienza più bella e strana e incredibile della sua vita. Per quanto ci pensasse durante quei minuti, che potevano anche essere ore o secondi, in cui camminava in silenzio dietro a Usagi, non aveva ancora capito perché stesse facendo quel sogno. Per l’ennesima volta guardò le tenebre che la circondavano, ma ormai non ne aveva più paura. «Usagi» provò a chiamare. «Chi ti ha mandato da me?» Il coniglio però non diede segno di aver sentito, e continuò a saltellare indifferente sulla passerella bianca. Maya sospirò e prese il pacchetto con il bracciale che le aveva regalato la Sensei. Facendo bene attenzione lo sfilò dalla tasca e cominciò ad armeggiare per infilarlo al polso, poi abbassò il braccio sentendone il fresco contatto sulla pelle. Come ormai si aspettava, dopo un po’ l’oscurità cominciò a diradarsi e il cielo stellato divenne visibile sopra la sua testa. Quella volta però c’era qualcosa di diverso, un bagliore di un rosso dorato che creava strane ombre in contrasto con le cime degli alberi. La passerella finiva su un prato vicino a un bosco. Tutt’intorno regnava un silenzio arcano e sospeso, rotto solo dal suono lieve dello scorrere dell’acqua. Maya scese e mosse alcuni passi sull’erba imbiancata dalla brina. Faceva freddo, molto freddo, e si strinse nella giacca mentre si guardava attorno. Il bagliore rossastro sembrava provenire da dietro una fitta parete di alberi, quindi decise di andare in quella direzione. Si accorse della presenza del torii solo quando ci fu praticamente sotto: i due pilastri verticali erano nascosti in mezzo ai tronchi spogli degli altri alberi, e solo da molto vicino se ne poteva vedere il diverso colore, un rosso piuttosto scolorito. Alzò la testa e vide le due aste orizzontali che trattenevano tra loro la tavoletta con il nome del tempio, ma era troppo in alto e troppo buio perché riuscisse a leggerlo. Maya rimase assorta per qualche secondo, poi proseguì e oltrepassò l’ingresso, imboccando immediatamente il sando, ai cui lati erano poste numerose statue e fontane. Man mano che la ragazza procedeva, la luce che filtrava tra gli alberi divenne sempre più visibile finché, svoltando dietro a una curva, non vide ardere un fuoco. Dietro a esso, raccolte in preghiera, c’erano quattro o cinque donne, e in mezzo a loro una sacerdotessa, con la tipica veste gialla e rossa e l’alto copricapo nero. Ogni tanto la donna prendeva, da un cestino che teneva in mano, una striscia su cui erano scritte alcune parole e la gettava nel braciere in pietra, mormorando qualcosa con voce talmente bassa che l’unico rumore che si sentiva era quello frusciante della carta che bruciava. Maya si avvicinò in silenzio e si fermò al limite della zona d’ombra del bosco. Le donne alzarono appena la testa per prendere nota della sua presenza e poi tornarono a pregare. L’attenzione di Maya era però catturata dalla sacerdotessa: avrà avuto circa sessant’anni, era piccola ed esile, e i lunghi capelli neri avevano delle striature grigie. Il viso era elegante e delicato, con labbra carnose e grandi occhi scuri. Ma quello che più di ogni altra cosa faceva sì che Maya non riuscisse a distogliere lo sguardo era il neo sotto all’occhio sinistro. Aveva l’impressione di aver già visto quel viso, anche se proprio non riusciva a ricordare dove. Quando anche l’ultimo foglietto si fu trasformato in cenere, le donne alzarono la testa e cominciarono a parlare. Un paio, però, avevano ancora gli occhi arrossati ed erano ben visibili sui loro visi i segni delle lacrime. La sacerdotessa scambiò qualche breve parola con la miko che era comparsa al suo fianco e poi si rivolse direttamente a Maya. «Non avere paura e non rimanere nell’ombra. Qui sei tra amiche, vieni avanti.» La voce era elegante e ben modulata, come quella di una persona istruita e raffinata. Maya fece un passo avanti, entrando nell’alone di luce prodotto dal fuoco, e la donna sgranò gli occhi per la sorpresa, prima di essere percorsa da un brivido visibile e indietreggiare leggermente. «Ci… ci conosciamo?» chiese Maya, stupita dalla reazione repentina della sacerdotessa. La risposta si fece attendere un attimo, ma alla fine arrivò, appena sussurrata. «Una volta, tanto tempo fa.» Poi si riprese e si rivolse alle altre donne. «Fa freddo, torniamo al tempio. Tomoku-chan, per favore, mostra la strada alla nostra nuova ospite.» Una giovane donna dai lineamenti regolari e dai corti capelli castani le si avvicinò e la salutò con un inchino. «Sono Horata Tomoku, piacere di conoscerti.» Maya si inchinò a sua volta. «Kitajima Maya, piacere mio.» Con la coda dell’occhio continuava a osservare la sacerdotessa, e la vide irrigidirsi e poi abbassare la testa quasi dolorosamente quando sentì il suo nome. «Seguimi» disse la giovane donna, incamminandosi. «Dopo la cerimonia prendiamo sempre un tè insieme per riscaldarci prima di andare a letto. Così potrai anche presentarti alle altre.» Maya la seguì senza una parola fino a un edificio immerso tra gli alberi. Era piuttosto ampio e ben tenuto, anche se si vedeva chiaramente che era abbastanza vecchio. Horata-san la guidò verso una costruzione più recente, leggermente distante dal corpo principale ma collegata a esso da una galleria in legno. Non appena entrarono, Maya riconobbe subito di cosa di trattava: una mensa, anche se particolare. Due lunghi tavoli erano disposti a L lungo le pareti e al centro c’erano dei divani e alcuni grandi cuscini. Tutte le donne, tranne la sacerdotessa, si erano già accomodate e stavano versandosi del tè, mentre parlavano piacevolmente. Maya sedette accanto a Horata-san che le passò gentilmente una tazza ancora fumante. «Che posto è questo?» chiese alla fine, dopo aver contemplato le pareti piene di disegni, schizzi e foto. «È un tempio dedicato ai Dosojin, ma anche qualcosa di più. La sacerdotessa lo ha trasformato in un rifugio per le donne che hanno smarrito la strada e che hanno bisogno di pace e tranquillità per ritrovare se stesse. È indicato, non è vero?» «Decisamente. E cosa stavate bruciando nel bosco?» «Quella è una cerimonia che facciamo una o due volte al mese, a seconda delle necessità. Avrai certamente assistito, qualche volta, alle Sai no Kami.» Maya annuì. «Ecco, la sacerdotessa si è ispirata alla tradizionali feste del fuoco: ognuna di noi scrive su una striscia di carta quali sono i propri fantasmi, cosa ci impedisce di vivere liberamente o in tranquillità, e quei foglietti vengono dati alla fiamme. In quel modo le nostre paure vengono simbolicamente bruciate dal fuoco. Un fuoco che dovrebbe illuminare un nuovo sentiero.» Maya aveva sempre pensato al fuoco come a un qualcosa di distruttivo e pericoloso, qualcosa da cui stare lontana e che avrebbe portato solo dolore. Invece quel tempio le ricordò che il fuoco aveva anche un potere salvifico: non solo scaldava ma indicava la via. Si guardò intorno. «E, se non sono indiscreta, che tipo di problemi hanno le donne che sono qui?» Horata-san sorrise. «Principalmente hanno tutte problemi di cuore. Amori non corrisposti o matrimoni infelici. Ogni tanto qualcuna è anche maltrattata dal marito. Donne che si annullano totalmente per il proprio uomo, fino a perdere coscienza di sé.» «Oh!» esclamò Maya, ricordando la conversazione con Haru. «Kitajima-san?» la chiamò una voce sommessa alle sue spalle. «La sacerdotessa desidererebbe parlarle in privato.» «Certo» rispose Maya, felice di poter incontrare una donna così generosa e altruista. Magari potrei chiederle qualche cosa in più sul valore simbolico del fuoco pensò. La giovane miko la guidò sotto la passerella, verso il tempio vero e proprio. La sacerdotessa l’aspettava in una stanza di quattro tatami, inginocchiata davanti a un basso tavolino da tè. Si era spogliata dell’abito da cerimonia e indossava una semplice tuta rosa, che però metteva ancora più in risalto la sua bellezza delicata, appena un po’ sfiorita. Non appena la giovane suora ebbe chiuso lo shoji, Maya si inginocchiò e si inchinò profondamente. «Grazie per avermi accolta e ospitata, onorevole» disse. «Non credevo che ti avrei mai rivista, Maya» rispose la donna con voce fredda. «Credevo di aver ormai sconfitto tutti i miei spettri, e invece eccoti qui, di nuovo a sfidare la mia tranquillità.» Maya raddrizzò il busto e la guardò stupita. «Non… non capisco» disse. «Chi siete?» «Vuoi dire chi ero, forse. Oppure no, hai ragione, chi sono?» Chiuse gli occhi un attimo e quando li riaprì Maya ci vide dentro il fuoco. Quello stesso fuoco spaventoso e distruttore che aveva sempre temuto. Questo non è un fuoco benefico pensò. Questo è un fuoco capace di distruggere ogni cosa. «Credevo di aver imparato e dimenticato» continuò la donna. «Credevo di essere andata avanti.» Piano piano le fiamme del suo sguardo si spensero e sembrò ritrovare la calma. «Non hai veramente idea di chi io sia, vero?» Maya scosse la testa, senza però dire nulla. La donna non aggiunse altro per un bel po’ di tempo, ma si limitò a sorseggiare il suo tè, evidentemente immersa nei suoi pensieri. Ogni tanto le lanciava occhiate penetranti e tristi, e Maya vedeva chiaramente i segni di una lotta interiore nei suoi cambiamenti d’espressione. Si rassegnò ad aspettare pazientemente che qualcosa accadesse, se qualcosa doveva accadere; altrimenti avrebbe semplicemente atteso il ritorno di Usagi: ormai certa che il coniglio fosse la sua guida in quello strano sogno. Alla fine, però, la donna parlò con quella sua voce bassa e dolce. «L’amore, come ogni età della vita, ha le sue sfumature. È verde chiaro, fresco di speranza, durante gli anni della gioventù. Rosso fuoco nel periodo che ci vede pronti a tutto e nel pieno delle nostre forze, mentre si tinge di arancio sulle soglie del tramonto, ormai maturo e malinconico.» Il paragone sorprese Maya. Qual era la tonalità del suo amore per il signor Hayami? Un gesto della donna la fece tornare con la mente al momento che stava vivendo. «Fu un amore rosso come il sangue a bruciare le mie vene e la mia mente. Un sentimento nato nel verde dei sogni più leggeri e che si tinse di scarlatto all’improvviso e in modo crudele!» Nella sua voce, adesso più cupa, la nota dolce era sparita, sovrascritta da un tono più aspro. «Ti è familiare il colore scarlatto, vero?» La domanda lasciò Maya di stucco, poi come nebbia che al mattino si dirada lentamente, il velo della memoria cadde dal volto della donna che aveva di fronte, restituendole la certezza di chi fosse in realtà. «Signorina Shiori!» le scappò detto. Arrossendo si diede della stupida. La Takamiya non era più quella signorina Shiori! Il suo corpo a quel punto fu scosso da un fastidioso senso di panico e fastidio. I gioielli che portava addosso, sembrarono pesare come piombo. Non poteva rapportarsi a quella donna come se niente fosse! Anche se nel mondo attraverso cui Usagi la stava facendo viaggiare il tempo non aveva significato alcuno, ciò che nutriva nei confronti di lei era più vero del reale! Se fosse uno scherzo proiettato dalla sua mente o davvero uno scorcio del futuro, Maya non poteva saperlo. Nel dubbio decise che non si sarebbe fermata un minuto di più in compagnia di quella donna. Fece per alzarsi, ma la voce imperiosa di Shiori-sama le bloccò il movimento. «Non ho ancora terminato, Maya!» La giovane attrice la fissò, riconoscendola perfettamente ormai, e indovinando in fondo ai suoi occhi, ceneri mai spente di antichi rancori. Sicuramente il tono arancio era ancora lontano dal tingere il suo amore per Masumi. «Non è necessario tu fugga da me. Non sono più una minaccia. Né forse mai lo sono stata. Sono arrivata quando già il cuore di Masumi era infiammato del rosso scarlatto del suo amore per te. Sono stata illusa e mi sono illusa. Ho colorato i miei sogni in bianco e nero dei colori di un futuro roseo, salvo ritrovarmi al buio senza quasi rendermene conto. Ho finito con il mischiare tutte le tonalità del rosso per riuscire a raggiungere la tua, Maya. Ma invano! La tua anima e il tuo cuore hanno il colore della Dea e io non sono che una comune mortale!» Shiori tremò nella sua semplice tuta rosa, e Maya fece altrettanto. Il cuore di Masumi era infiammato del rosso scarlatto del suo amore per te ripeté dentro di sé e non seppe trattenere un moto di esultanza del suo stesso cuore, che si incendiò all’istante. Un fuoco alto e devastante che bruciò in una sola frazione di secondo tutti i suoi dubbi."Lo ha fatto! Lo ha fatto! pensò. Ha cancellato il matrimonio per me e le ha detto che mi ama. Il signor Hayami vuole me!" Chiuse gli occhi e lasciò andare un profondo sospiro liberatorio. «Non so da dove tu venga, Maya. Non so neanche se tu sia reale o solo un fantasma, ma posso affermare con certezza che ti odio e sempre lo farò.» Maya iniziò a provare un po’ di comprensione nei suoi confronti. D’altronde quella donna aveva rinunciato a tutto ed era anche stata ingannata dall’uomo che amava! «Non ho potuto nulla contro il richiamo delle anime gemelle; mi sono ritrovata al centro del loro punto di incontro e il vortice della loro attrazione ha risucchiato la mia anima e tutto il mio essere. Mi sono persa, arrivando a rinnegare persino la vita.» Maya rabbrividì al ricordo del tentato suicidio. Nel suo mondo, quello reale, lo aveva saputo da appena qualche giorno, ma la rabbia provata per quel gesto adesso si era trasformata in pietà. Che Usagi le avesse fatto incontrare una Shiori non ancora pentita ma sicuramente cambiata, per mostrarle gli effetti di una passione malata e insegnarle la comprensione? Forse anche la Dea nell’ammonire i peccatori provava nei loro confronti quel sottile senso di pietà? La sacerdotessa a quel punto si alzò in piedi. La sua eleganza era indiscutibile. «Credo che possa bastare. Pensavo di essere arrivata a patti con il mio dolore e il mio disprezzo, e invece mi accorgo che ho ancora molta strada da fare.» Maya intuì che così come la madre aveva avuto bisogno del suo perdono, Shiori era lì per farle capire che ci sono sempre delle conseguenze alle nostre scelte e spesso siamo costretti a portarne il peso del rimorso per tutta la vita. «Avrei dovuto essere più sincera e seguire ciò che mi dettava il cuore. Tanta sofferenza si sarebbe indubbiamente evitata» ammise sincera. «Segui sempre la via del cuore, ma ricorda che il troppo amore ti porterà a sporcarne le tonalità. Tanto amore può essere sufficiente.» «Ma come si fa a scegliere quanto amare?» le chiese Maya. «Devi capirlo da sola.» Fece scorrere lo shoji e batté le mani. La miko comparve all’improvviso, come se si fosse formata dall’aria circostante, e fece segno alla ragazza di seguirla. Maya esitò un attimo, accennando un inchino verso la sacerdotessa, che però le aveva già voltato le spalle. Come si può combattere l’odio quando nasce dall’amore? si chiese allora. E come si fa a capire quanto amare? Improvvisamente le venne in mente Isshin con l’ascia davanti all’albero di susino, e capì che non bastava comprendere solo il cuore della dea per interpretarla al meglio, ma anche quello di tutti gli altri personaggi. …perché tutte le vite e i sentimenti si sfiorano e si annodano in un groviglio inestricabile. La giovane miko l’accompagnò di nuovo nella mensa. «Ah, sei tornata Kitajima-san» le disse Horata-san, con un bel sorriso sul viso. «Vieni, ti faccio vedere dove dormirai.» «No, non mi fermo» rispose Maya, scuotendo la testa. «Mi aspettano e riparto subito. Anche solo una breve conversazione con la sacerdotessa ha risolto i miei dubbi e ora posso andare avanti.» Un’espressione stupefatta calò per un momento sul viso della giovane donna, che però tornò subito a sorriderle. «Bene, ne sono felice. Però aspetta solo un attimo, voglio darti un ricordo.» Si allontanò di corsa per qualche minuto e quando tornò stringeva tra le mani un fazzoletto su cui erano ricamate delle fiamme. Lo aprì e dentro c’era una collana formata da grossi anelli d’argento, intervallati da dischi appiattiti di una pietra rossa che raffiguravano a loro volta delle fiamme. «È bellissima. Sei sicura che posso prenderla?» «Sì, le facciamo noi con le nostre mani. La moglie di un artigiano qui vicino ci aiuta con la lavorazione del cinabro e una di noi ha lavorato a lungo presso un gioielliere.» «Grazie» disse Maya, indossandola immediatamente. Si inchinò di nuovo alla donna e uscì, ripercorrendo il sando fino ai torii, per arrivare infine ai piedi della passerella, dove ovviamente l’aspettava Usagi. «Andiamo coniglietto. Cosa mi aspetta adesso? Oppure è arrivato il momento di svegliarsi?» gli disse, mettendo un piede sulla luce bianca. |
|
Metallo Maya vedeva la passerella candida interrompersi improvvisamente qualche centinaio di metri più avanti, senza che però ci fosse un cielo stellato ad accoglierla, né un qualche paesaggio nascosto nella penombra, ma solo uno strano puntino tremolante che si stagliava nitido e opalescente come sospeso nel vuoto. Quando fu a pochi metri riconobbe lo schermo acceso di un computer irradiare un bagliore azzurrino tutt’intorno, talmente lieve da riuscire a rendere a malapena distinguibili una sedia da ufficio dall’aria moderna e comoda, e un paio di strani guanti e occhiali appoggiati sopra di essa. Maya scese dal ponte e quello svanì immediatamente alle sue spalle lasciandola da sola in quell’ambiente freddo e sconosciuto. Dopo essersi guardata intorno, senza tuttavia riuscire a vedere nulla se non un buio profondo, si avvicinò allo schermo del computer. LaValleScarlatta: Ciao! Hai tempo di chattare un po’? Sgranò gli occhi per la sorpresa. LaValleScarlatta? Chattare? Chi poteva mai usare quel nick per chattare? Ayumi forse. Di certo non la signora Tsukikage. Increspò le labbra in un sorriso divertito al pensiero della Sensei seduta davanti a un computer a loggarsi e confidare i suoi crucci ad amici virtuali. No, decisamente non poteva essere lei. Però allora, chi poteva essere? «Beh, l’unico modo per scoprirlo è rispondere» mormorò a se stessa. «Sì, ma come? Dov’è la tastiera?» Allungò la mano verso lo schermo, con l’intenzione di frugarci attorno, ma andò a sbattere contro una superficie levigata e regolare, come se il computer fosse incassato perfettamente nel muro, anzi come se fosse parte del muro. Ok si disse la ragazza, con un profondo respiro. Ragioniamo. Non c’è nulla qui dentro all’infuori della poltrona e delle cose che ci sono appoggiate sopra. Quindi evidentemente devo usare quelle. Ormai aveva imparato che niente in quello strano viaggio avveniva per caso. Si avvicinò alla poltrona, prese gli occhiali e se li rigirò tra le mani per qualche secondo. Avevano una forma piuttosto avveniristica: un unico materiale lavorato in forma di occhiale, ma senza giunture o lenti, freddo e perfettamente uniforme. Li posò e prese i guanti. Anche quelli erano di un materiale sconosciuto, leggeri e percorsi da sottili venature in rilievo. Si sedette sulla poltrona e li indossò. Provò ad aprire e chiudere i pugni qualche volta: si adattavano perfettamente alle sue mani. Prese gli occhiali e inforcò anche quelli. Una luce abbagliante la costrinse a chiudere gli occhi e quando li riaprì per poco non ebbe un malore. Stava galleggiando nel vuoto. Nel vuoto assoluto. Un vuoto di uno strano color acciaio, ma pur sempre vuoto. Sentì il suo cuore perdere un battito e il respiro morirle in gola in tanti piccoli rantoli. Calmati Maya. Calmati! Non stai cadendo. Guarda. Non. Stai. Cadendo." Piano piano riuscì a regolarizzare la corsa ossessa del suo cuore e a tranquillizzare il respiro. Era ancora sospesa nel vuoto, ma riusciva a muoversi. Le sembrava quasi di essere in una di quelle stanze a gravità zero dove gli astronauti si esercitavano per le missioni spaziali e si chiese che cosa potesse mai entrarci lei con una cosa del genere. Poi la sua attenzione fu catturata da un’immagine intermittente nell’angolo in alto alla sua sinistra e ci mise qualche secondo prima di accorgersi che si trattava di un’icona che appariva sulla superficie degli occhiali. Si accorse che muovendo il braccio si muoveva anche quella e quando cliccò due volte nell’aria con il dito indice, come se impugnasse un mouse immaginario, una finestra si aprì davanti ai suoi occhi. - Tastiera - Comandi vocali Cliccò sulla prima opzione e la schermata cambiò. Una tastiera composta solo da linee rosse, come una griglia di luci laser apparve dal nulla e rimase sospesa davanti a lei. Parole in rilievo: - sì - no Maya rifletté qualche istante, poi cliccò sul sì. Immediatamente, come se si fosse materializzata dal nulla, sullo sfondo comparve una parola e cominciò ad avvicinarsi rapidamente. Ciao Da un altro punto se ne avvicinò un’altra. Chattare? Si aprì un’altra finestra: Iniziare sessione di chat? - sì - no Maya scelse sì Il cursore lampeggiò accanto al nome che le era stato associato per la conversazione. Sarebbe stata Venus. LaValleScarlatta: Ti sei messa comoda? Beh, si fa per dire pensò tra sé la ragazza, ancora perplessa per quel salto futuristico e stordita dagli ultimi incredibili avvenimenti. LaValleScarlatta: Hai fatto un lungo viaggio per arrivare fin qui. Viaggio Mercurio, Giove e Marte apparvero in sequenza, animando per un istante lo sfondo metallico di quel luogo misterioso. Maya li distinse immediatamente e li ricollegò ai suoi incontri precedenti. Acqua, legno e fuoco. Magnetite, malachite e cinabro. I pianeti, il loro significato e i loro simboli. Come tessere di un mosaico, le tappe di quel viaggio stavano ricomponendo un disegno ben definito. Era giunta l’ora di aggiungere un altro tassello. Venus: Sì, ho viaggiato molto. LaValleScarlatta: Hai avuto modo di incontrare persone interessanti? Venus: Voglio sapere chi sei. LaValleScarlatta: Cosa hai imparato da loro? Imparato Venus: Hai intenzione di ignorare le mie domande? Perché io dovrei rispondere alle tue? LaValleScarlatta: Per la stessa ragione per cui hai accettato la sessione. Venus: Sai forse qual è? LaValleScarlatta: Sì. Io so molte cose. Dicevamo. Cosa ti hanno insegnato gli incontri che hai fatto durante questo viaggio? Maya si arrese. Venus: Il perdono, la speranza e la passione. Perdono LaValleScarlatta: Tutte qualità necessarie a una Dea, non trovi? Venus: Sì. LaValleScarlatta: Cosa c’è ancora da imparare, Venus? La giovane restò con il dito a mezz’aria. Ci ragionò su prima di rispondere. Il suo corpo e i suoi sensi continuavano a fluttuare in quella dimensione ovattata color acciaio. Ma non era una sensazione spiacevole. Venere era la stella d’oro, il pianeta dell’amore. Si affrettò sui tasti, mentre il cuore prese a batterle all’impazzata. Venus: Tu sei il mio incontro d’amore? Amore? Signor Hayami! Quel nick non poteva essere una coincidenza! Lì nella Valle Scarlatta i loro cuori e le loro anime si erano magicamente sfiorati! LaValleScarlatta: Potrei anche essere il tuo incontro d’amore. Dipende dal significato che attribuisci a questo sentimento. Tu hai mai amato qualcuno, Venus? Cosa faccio? Se è davvero il signor Hayami come posso essere così sfacciata dal confessargli che amo qualcuno? E se fraintendesse, credendomi innamorata di Sakurakoji? LaValleScarlatta: Venus, sei ancora lì? Maya decise di girarci intorno. Venus: Forse sono troppo giovane e inesperta per capirlo. Dimmelo tu cos’è, l’amore. LaValleScarlatta: … Una pausa di punti e silenzio. LaValleScarlatta: L’amore si riflette vicendevolmente negli occhi della persona amata. Amore è sacrificio, pazienza, dono. Io amo allora! Quante notti spese a sospirare il suo nome, signor Hayami! Quale sacrificio tenere tutto per me per evitare di turbarle l’esistenza! Il dito tremò fluttuando. Venus: Sei tu l’amore? LaValleScarlatta: Ne sono il frutto, Venus. Maya si smarrì di nuovo. Tutte le sue fragili certezze vacillarono. Forse non era Masumi Hayami la persona con cui stava chattando. Aveva appena scritto di essere il frutto dell’amore. Di cosa stava parlando? Qual è il frutto dell’amore? si chiese. Un’idea. Un lampo. Annaspò ma riuscì a digitare. Venus: Tu stai parlando di un rapporto d’amore ancora più profondo di quello che si instaura tra un uomo e una donna, non è vero? Un’assenza di caratteri e luci che parve un buco nero. Poi, finalmente: LaValleScarlatta: Sì, mamma. Mamma Maya iniziò a tremare. Ci aveva visto giusto! Dietro la tastiera, direttamente da un futuro inventato o reale, c’era il frutto del suo amore carnale con un uomo. Maschio o femmina che fosse, poco le importava! Si sentì avvolgere da una sensazione di tenerezza infinita. Tutto il bene del mondo entrò nel suo cuore e gli fece salire le lacrime agli occhi per l’emozione. Era quella la forma di amore che la Dea nutriva per tutte le sue creature? Quel sentimento forte e struggente allo stesso tempo? La consapevolezza che abbracciare un figlio sarebbe stato come tenere tra le braccia l’universo intero? Si sentì donna, madre e Dea. Afferrò quel vuoto di metallo alla ricerca di un contatto con chi stava al di là dello schermo. LaValleScarlatta: Adesso hai capito, vero? Venus: Sì, amor mio… LaValleScarlatta: A presto allora, Venus. Sogno o realtà che fosse, Maya provò il bisogno disperato di sapere. Venus: Ti prego! Non andare via! Dimmi prima chi è tuo padre! LaValleScarlatta: Sessione terminata. Maya si tolse la maschera e i guanti. Con dita ancora tremanti asciugò le lacrime che le bagnavano le guance e si alzò dalla poltrona. Lo schermo del computer era ancora davanti a lei e le mostrava il carattere kanji dell’ultima parola che era apparsa sullo sfondo metallico di quel mondo virtuale. Sospirò e si girò. Usagi l’aspettava sulla passerella. Con un ultimo sguardo a quella parola, mamma, fece un passo verso il coniglio, alzando una mano per passarsela tra i capelli, ma si bloccò all’improvviso quando sentì un fermaglio che non aveva quando era partita. Lo sfilò delicatamente e ne percorse i contorni con le dita. Sembrava una farfalla con le ali spiegate. Maya la strinse con forza e riprese il suo viaggio. |
|
Terra Maya strinse la farfalla per tutto il tempo che seguì Usagi sulla passerella. L’emozione di aver parlato con suo figlio – chissà poi perché era certa che fosse un maschio! − prima ancora che nascesse, anzi prima ancora che ci fosse anche solo la speranza di concepirlo, le aveva lasciato addosso una sensazione languida da cui non riusciva, e non voleva, liberarsi. Sentiva il cuore esploderle di amore e si chiedeva continuamente come era, quanti anni aveva, cosa faceva. Suo figlio. Non riusciva a crederci. Camminava distratta mentre un sorriso raggiante le illuminava il viso, e si sentiva come benedetta. Intorno a lei tutto era esattamente uguale ai passaggi precedenti: il buio impenetrabile, il ponte candido, il silenzioso Usagi. Solo lei era cambiata, anzi non lei ma la sua percezione del mondo e dei sentimenti. Alla fine qualche luce cominciò a fare capolino in quell’oscurità, ma c’era qualcosa di strano in quelle stelle. Troppo basse, troppo grandi e troppo poco brillanti. E infatti, mentre si avvicinava sempre di più al termine della passerella, si accorse che non si trattava di stelle ma di luci vere e proprie. Il coniglio la stava guidando verso una città. Maya appoggiò il piede a terra e si guardò intorno, nella penombra. Le sembrava di conoscere quel luogo, ma così al buio non riusciva a dargli un nome. Qualche lampione qua e là spandeva una luce arancione, piccole oasi nel mezzo di un’oscurità quasi trasparente, e illuminava detriti, pezzi di macchinari e binari arrugginiti. Sembrava quasi di trovarsi in una discarica. Con la mano che stringeva ancora la farfalla all’altezza del cuore, Maya girò su se stessa, osservando ogni più piccolo particolare di ciò che la circondava e che riusciva, in qualche modo, a risaltare nel buio. Continuò a girare e ad assorbire ciò che i suoi occhi vedevano fino a che le gambe le cedettero e cadde in ginocchio, ansimante e sudata. Dove mi trovo? Questo posto mi dà i brividi pensò. «Benvenuta Maya» proferì una voce lontana e inafferrabile, ma anche fredda e potente. La ragazza mosse frenetica la testa da destra a sinistra, senza tuttavia vedere nessuno. Solo quelle rovine inquietanti, e Usagi. «Chi sei?» chiese. «Dove sei?» «Sono qui.» Maya si girò terrorizzata. Quella voce indefinibile, né maschile né femminile, dolce e severa al tempo stesso le faceva paura. «Qui dove? Non vedo nessuno.» «Perché non sai cercare, Maya. Mi hai osservata finora, come puoi dire di non vedermi?» La giovane continuò a voltare la testa in modo sempre più frenetico e disordinato. Non c’era però nessuno all’infuori di lei in quel deserto di lamiere addormentate. La voce tornò a parlarle. «Sono ovunque e in nessun luogo, Maya.» Questa volta, però, le parole arrivarono a sfiorarle le corde più intime del sensibile. «Benché non riesca ancora a vederti, ho come l’impressione di sentirti dentro e fuori di me. È una sensazione molto strana.» «Le immagini parlano a chi sa ascoltare, Maya…» La giovane sussultò. Un fruscio di vento portò con sé un tenue profumo di susino. «Avverti la mia presenza? Sono il vento che accarezza i tuoi capelli! Annusi il mio odore? È l’aroma che ti solletica le narici!» Era vero. Qualcosa la stava toccando sia dentro che fuori. Ancora una volta fu assalita dalla consapevolezza di ascoltare una voce che nasceva da qualche parte in lei e si riverberava all’esterno. Un lampo squarciò il buio, e un tuono rimbombò in lontananza. «Hai visto la mia luce? Hai sentito il mio battito?» Il cuore della giovane accelerò il suo ritmo. Un brivido corse lungo tutto il suo corpo. E ognuno dei cinque sensi sembrò acuirsi. L’odore della terra, il sapore dei suoi frutti. Le meraviglie di ogni alba e tramonto. Tutti i colori dell’iride e loro combinazioni. I rumori assordanti e i silenzi infiniti. Il freddo e il caldo, la consistenza di tutte le cose. Maya sentì il respiro dell’intero Creato pulsare nelle sue vene e quella voce, che le spiegava cosa dovesse ascoltare per vederla, diventò la sua. Parlò spontaneamente e disse tutta la verità che giaceva in fondo alla sua anima. «La natura è sacra in quanto espressione del divino. Venirne a contatto comporta il raggiungimento della completezza e della serenità. La natura va rispettata, adorata e tutelata. Io sono la natura, la madre di tutti gli esseri viventi. Da me deriva l’equilibrio della vita.» Alzò le braccia al cielo, come un albero che anela la luce e il calore del sole e piano piano si sentì sprofondare nella terra. Gettò intorno un’ultima occhiata e finalmente riconobbe il posto dove si trovava. È qui che tutto finirà» pensò. Così è scritto e così sarà. Le sue ginocchia erano ormai affondante completamente nel terreno, ma Maya non aveva paura, non quella volta. Aveva capito che la terra era il punto di partenza e di arrivo di ogni cosa. Tutto nasceva dalla terra e tutto alla terra tornava. Ricordò una lezione scolastica di tanto tempo prima, quando le erano stati illustrati i principi fondamentali del cristianesimo: terra sei e terra tornerai. Ecco il significato vero di quella frase, la terra come principio primo della Vita. Il suo respiro formava le nubi e le piogge che creavano i fiumi e i mari. Acqua. Le sue ossa ne sorreggevano la struttura. Metallo. Il suo sangue la scaldava ed era stata la prima scintilla di vita. Fuoco. I suoi capelli la mantenevano viva. Legno. Il rapporto tra tutti quegli elementi era pura energia. Chi. Lei si stava trasformando in energia. La sentiva scorrere dentro di sé, nel suo corpo, nelle sue vene, nei suoi polmoni, sulla sua pelle. Ormai era affondata fino ai fianchi. Abbassò le braccia e prese delle manciate di terra. Scura, calda, morbida, grassa. Se la lasciò scorrere tra le dita. «Non avere paura, Maya. Io non ti abbandonerò. Ti sarò sempre accanto. Hai completato il tuo percorso di purificazione e ora posso parlare attraverso la tua bocca.» «Grazie» rispose semplicemente Maya, mentre era ormai affondata fino al collo. Qualche altro secondo e la sentì penetrare dentro la bocca. Salato, dolce, amaro, aspro e acido. I cinque sapori legati ai cinque elementi fusi in un unico gusto che era quello della terra e della vita. Maya non pensava più a se stessa, né a quello che perdeva mentre spariva dentro al grembo della madre, della dea, preparandosi alla rinascita. L’ultima cosa di cui ebbe coscienza fu un’oscurità assoluta e rassicurante. |
|
Epilogo Il brusio della platea in attesa dell'inizio dello spettacolo riecheggiava fin dentro le roulotte dove gli attori stavano perfezionando la loro vestizione. Maya aveva chiesto espressamente di essere lasciata sola: voleva completare da sé la propria toeletta. Fissò l'immagine del suo volto riflessa nel grande specchio. Chiuse gli occhi e visualizzò il sipario abbassato davanti a un pubblico in febbrile attesa. Non c'era rumore più delizioso per lei di quel vociare sospeso tra l'ansia e l'aspettativa. Sospirò di beatitudine. Stranamente non aveva paura. Il suo grande giorno era finalmente giunto. Il sogno tanto agognato era a un passo dall'essere realizzato. «Dieci minuti e si va in scena!» La voce stridula dell’assistente alla regia scandì il tempo del conto alla rovescia. Maya riemerse da quel dolce torpore e si alzò in piedi, diede le spalle allo specchio e se ne allontanò. Camminando a piccoli passi, quasi in punta di piedi, si avvicinò a una sedia e con lentezza studiata si spogliò. Poi, completamente nuda, tornò davanti allo specchio e si fissò intensamente. Il suo corpo minuto e ancora acerbo non le era mai piaciuto. In quel momento però, ornato di tutti quei gioielli che avevano scandito le tappe del suo viaggio tra i miraggi lunari, le sembrò perfetto. Allungò le mani e dopo aver accarezzato i due pendenti, sfilò via gli orecchini di realgar che si era sorpresa a indossare dopo l’ultimo incredibile incontro, proprio lì, in quel teatro all’aperto. «Saturno, il pianeta della terra. Fondamento di ogni cosa e simbolo di certezza» proclamò con voce sicura. Con un gesto armonioso liberò i capelli dal fermaglio a forma di farfalla, con gli inserti gialli in arsenolite. «Venere, il pianeta dell’amore e dei suoi frutti. L’amore supremo, quello per i figli» disse con dolcezza. Dopo aver sfiorato con le dita le pietre rosse della collana che le ornava il girocollo, la slacciò. «Marte, il pianeta della guerra e del fuoco. L’odio e le passioni incontrollabili.» Il suo tono trasformato adesso in un bisbiglio agghiacciante. Prima di toglierlo, Maya ammirò il meraviglioso bracciale di malachite che le scintillava al polso. «Giove, il pianeta del legno. Rinascita. Nuova speranza» disse con la voce in crescendo. Adesso mancava solo che si togliesse l’anello che le aveva regalato la madre, per essere completamente nuda. Alzò entrambe le braccia e unì le mani sopra alla propria testa. Con un gesto che sembrò quasi un rituale sfilò via il piccolo monile. Mercurio, il pianeta dell’acqua. Simbolo della vita. Si fissò con occhi che non aveva mai avuto. Si vide come non si era mai vista. Si amò. E amò tutto il mondo. «Io sono le radici, io cullo l’amore. In me scorre il sangue della passione e nasce la speranza. Io sono Vita. Io sono la Dea Scarlatta.» FINE NdA. L'idea di questa ff è nata dalla lettura di questo articolo. |